AI
Design Thinking
Il Vibe Coding funziona, se sai già cosa vuoi costruire. E quasi nessuno lo sa.
5 Maggio 2026
•
6 min lettura
Un articolo su GenUI, Vibe Coding e Agenti AI: tre cose che il tuo team sta usando come sinonimi. Non lo sono. E questa confusione ha un costo. Negli ultimi mesi, tre termini si sono impossessati di ogni conversazione sul futuro del design: Vibe Coding, GenUI e AI Agent. Si trovano nei meeting, nelle newsletter, […]
Un articolo su GenUI, Vibe Coding e Agenti AI: tre cose che il tuo team sta usando come sinonimi. Non lo sono. E questa confusione ha un costo.
Negli ultimi mesi, tre termini si sono impossessati di ogni conversazione sul futuro del design: Vibe Coding, GenUI e AI Agent.
Si trovano nei meeting, nelle newsletter, in ogni post su LinkedIn. Li usano i tuoi clienti quando vogliono sembrare aggiornati, i tuoi colleghi quando spiegano cosa stanno sperimentando, i vendor quando presentano nuovi tool.
Il problema è che quasi nessuno li usa correttamente. E quasi nessuno chiarisce cosa implicano davvero, non solo per il team che li adopera, ma per gli utenti finali che ci finiscono dentro.
Questo articolo serve a fare chiarezza, l’unica cosa che ti serve per prendere decisioni migliori su come progettare prodotti e UX nell’era dell’AI.
Prima, una domanda
Immagina che un sistema AI generi autonomamente un’interfaccia per rispondere alla richiesta di un utente.
Nessun designer ha approvato quella scelta. Nessun researcher ha verificato che quella soluzione corrisponda a un bisogno reale. Il sistema ha valutato il contesto e ha deciso: “questa persona ha bisogno di un’interfaccia. La genero adesso.”
→ Chi è responsabile di quella decisione di design?
→ Come la valuti?
→ Come la miglioreresti?
Se non hai una risposta chiara, probabilmente è perché non hai ancora una definizione chiara di cosa sta succedendo.
Agenti, Vibe Coding, GenUI: Tre cose diverse
1. AI-assisted design
È il caso più familiare: l’AI entra nel processo di design come strumento. Genera wireframe, propone varianti, velocizza la produzione. Il designer guida e l’AI esegue.
La responsabilità è umana, Il judgment resta umano. Quindi l’AI accelera il lavoro, non prende decisioni strutturali al posto tuo.
Questo è il contesto in cui la maggior parte dei team di design sta lavorando oggi, anche quando non lo nomina così.
2. Vibe Coding
Il termine lo ha coniato Andrej Karpathy all’inizio del 2025. L’idea è semplice: descrivi cosa vuoi costruire, l’AI lo costruisce. Ti fidi del processo e lasci che lo strumento faccia tutto.
“Crea una dashboard per le mie spese.”, “crea un tool di controllo dei costi di progetto”,”clona un CRM per la mia azienda”
Il Vibe Coding ha un fascino enorme perché promette di democratizzare la costruzione di software. Chiunque può costruire quello che vuole, senza bisogno di un team di sviluppo.
Il problema è nel presupposto.
Il Vibe Coding funziona se sai già cosa vuoi costruire. Se hai in testa una soluzione abbastanza concreta da descriverla con tanto di struttura, funzionalità, interazioni. Può farlo un designer esperto, può farlo un founder tecnico, può farlo un product manager con anni di esperienza.
La maggior parte delle persone, no.
Anni di ricerca utente lo documentano in modo inequivocabile: le persone sono molto brave a descrivere i propri problemi. Sono molto meno brave a immaginare le soluzioni, soprattutto in termini di strutture digitali, pattern di interazione, architetture dell’informazione.
Chiedere a una persona di “descrivere l’app che gli serve” è come chiedere a un paziente di prescriversi da solo la terapia.
3. Generative UI (GenUI)
Qui la differenza è radicale e spesso sottovalutata.
Nel Vibe Coding, è l’utente a decidere che vuole un’interfaccia e a chiederla al sistema.
Nella GenUI, è il sistema a decidere che la risposta migliore a una richiesta sia un’interfaccia interattiva, e quindi procede a generarla.
L’utente non ha chiesto un form, un grafico o una dashboard. Ha espresso un bisogno o fatto una domanda. Il sistema ha valutato il contesto e ha concluso: “questa persona trarrà più valore da un elemento interattivo che da un testo.”
Quella valutazione è una decisione di design.
È esattamente quello che fa un UX designer quando sceglie come rispondere a un bisogno utente. La differenza è che qui lo fa un sistema automatico, in tempo reale, senza un processo di validazione alle spalle.
Il futuro della GenUI, che Nielsen Norman Group ha chiamato “invisible AI”, è ancora più sottile: sistemi che modificano l’interfaccia in base al comportamento dell’utente, senza che l’utente se ne accorga.
Componenti dell’interfaccia che si riorganizzano in base al tuo pattern d’uso con il sistema che capisce prima di te cosa ti serve.
È potente? Si, molto. Ma è anche un territorio dove il design judgment conta più che mai, e dove è più difficile da controllare.
Gli Agenti AI: un caso a parte
Un AI Agent non è un LLM. Questa distinzione è più importante di quanto sembri.
Un Large Language Model riceve un input, genera un output, si ferma. È uno strumento straordinario, ma è reattivo, non autonomo.
Un agente AI è un sistema costruito attorno a un LLM (o ad altre tecnologie) che persegue un obiettivo in modo iterativo: agisce, valuta i risultati di quella azione, decide il passo successivo. Non segue un percorso predefinito, si autodetermina.
NN/Group lo sintetizza così: Un AI agent è un sistema che persegue un goal prendendo azioni, valutando i progressi e decidendo i propri passi successivi.
Due assi definiscono la differenza tra un agente e altri sistemi automatizzati:
Capacità di agire: quanto il sistema può influenzare il suo ambiente (da “solo testo” a “agisce nel mondo fisico”).
Auto-direzione: chi decide cosa succede dopo: il sistema o il suo programmatore?
Un filtro antispam applica regole predeterminate. Non decide niente. Un agente di coding che legge un errore, prova una correzione, fallisce, riformula e riprova, quindi sta decidendo. Questa è la vera differenza.
Nel 2026, la domanda più utile non è “questo sistema è un agente?” ma “questo agente è bravo a quello che fa?”
Perché questa confusione ha un costo
Chiamare tutto “AI” come se fosse la stessa cosa porta a tre errori ricorrenti nei team di prodotto.
Errore 1: valutare strumenti diversi con gli stessi criteri
Un’interfaccia generata dal Vibe Coding si valuta sulla fedeltà all’intenzione dell’utente: l’output corrisponde a quello che aveva in mente? È usabile?
Un’interfaccia generata dalla GenUI si valuta su qualcosa di più complesso: la decisione di generare quell’interfaccia era quella giusta? Era il momento giusto? Avrebbe avuto più senso rispondere con testo? Questo richiede metodi di valutazione vicini alla UX Research tradizionale, non un semplice “funziona o non funziona”.
Un agente AI si valuta sulla qualità del processo, non solo dell’output: ha capito l’obiettivo? Si è adattato agli imprevisti? Quanta supervisione ha richiesto?
Se usi gli stessi criteri per tutti e tre, stai misurando le cose sbagliate.
Errore 2: assumere che la democratizzazione del software sostituisca il design
Il Vibe Coding promette che chiunque può costruire quello che vuole. È una promessa parzialmente vera e parzialmente fuorviante.
Parte del valore di un prodotto software, viene da anni di ricerca utente, iterazioni, osservazione di come lo strumento performa in migliaia di contesti diversi. Questo non si replica con un prompt.
Un’azienda che decide di “vibe codare” il suo gestionale interno invece di usare uno strumento costruito con quella profondità di conoscenza sta scommettendo che la velocità di costruzione valga più della qualità. A volte è una scommessa ragionevole. Spesso no.
Errore 3: non capire chi si assume il design judgment
Questo è il punto più importante.
In tutti e tre i casi (AI-assisted, Vibe Coding, GenUI) qualcuno sta prendendo decisioni di design. La domanda è: Chi?
Nell’AI-assisted, è il designer. Nel Vibe Coding, è in parte il designer, in parte il sistema (dipende da quanto è dettagliato il prompt). Nella GenUI, è principalmente il sistema.
Più il sistema assume decision-making autonomo, più diventa importante avere persone che capiscono come valutare quelle decisioni: con ricerca, con metriche, con un metodo.
Il design judgment si è spostato, e se nessuno nel tuo team lo presidia, qualcun altro lo sta facendo al posto suo.
Cosa cambia per chi fa UX
Se lavori nel design, questo scenario non è una minaccia: è un cambio di ruolo.
Il valore del designer non sta nella produzione di wireframe o nella scelta di colori.
Sta nella capacità di capire gli utenti, di tradurre quella comprensione in decisioni di design, di valutare se quelle decisioni funzionano nel mondo reale.
Questo tipo di valore diventa più raro, e più prezioso, in un mondo dove i sistemi producono interfacce autonomamente.
Le domande che un sistema AI non riesce ancora a rispondere da solo:
→ Questa interfaccia generata risolve davvero il problema dell’utente, o risponde fedelmente alla descrizione del prompt che la persona sa articolare?
→ Questa decisione di design è corretta per questo contesto specifico, o è un default statisticamente probabile?
Queste sono domande di ricerca: richiedono metodo, expertise, processo. Richiedono quella comprensione profonda dell’utente che nessun modello linguistico ha accumulato davvero.
Qual è il futuro del Design nell’era dell’AI?
Noi crediamo che il ruolo del design in questo scenario non sia difendersi dall’AI.
Il ruolo del design è presidiare il judgment che l’AI non ha, e probabilmente non avrà.
GenUI, Vibe Coding e Agenti AI sono strumenti potenti. Cambieranno profondamente come i prodotti digitali vengono costruiti.
Ma non cambiano il fatto che qualcuno deve capire gli utenti, valutare le scelte, garantire che la tecnologia serva le persone e non il contrario.
Quel qualcuno siamo noi. Sono i team di design e ricerca. Sono le organizzazioni che trattano il design come una leva strategica, non come una fase del processo produttivo.
eyestudios è uno studio di Experience Design che lavora dove la complessità è reale prodotti digitali articolati, organizzazioni con molti stakeholder, ecosistemi in trasformazione. Non ci fermiamo alla superficie: portiamo strategia, ricerca e metodo nei progetti che richiedono più di un buon wireframe.
Abbiamo lavorato con Unox, Aiko, Shampora, Deliveristo, Restworld, Ulixe Group, Confindustria, Flying Tiger, Gruppo Hera, Alkemy, Mondo Convenienza, Verisure, Unipol, Almaviva, We Are Marketers, PhotoSì, ESA, Reale Mutua.
Daniele Lunassi
Founder & CEO